Sabato 21 Febbraio 2009
Se il mondo fosse fatto della stessa sostanza delle 'big bubble' avremmo bambini sicuramente più contenti e sorridenti, pur senza denti ma contemporaneamente con meno paranoie per la carie, dentisti disoccupati e giorni un po' più lieti, serate con il mal di pancia e nottate meno agitate
CATS IN PARIS - COURTCASE 2000 [2008, Akoustik Anarkhy]
Non so molto dei Cats in Paris; da dove vengono, ne quanti album hanno fatto prima d'ora.
Potrei controllare un po' e fornirmi di tutte queste informazioni interessanti ma non voglio farlo. In realtà sto solo prendendo tempo perchè questa potrebbe essere la recensione più veloce della storia. Sto prendendo tempo perchè potrei dirvi semplicemente e subito che questa è una delle cose migliori che mi sia mai capitato di ascoltare nel 2009 (lo so che l'album è del 2008 ma me ne sono accorto in ritardo).
Potrei subito dirvi che le parole non servono per tentare di descrivere cosa tutto ci potete trovare qui dentro questi 49 minuti. Ma siccome è pur sempre una pseudo recensione, vi scarabocchio al volo quello che mi è passato per la testa la prima volta che li ho sentiti.
Quello che più sorprende, sopra ogni cosa, è la varietà delle soluzioni che il gruppo propone. Non siamo ancorati ad un solo genere ben definibile ma è come partecipare a una corsa pazza fra momenti di psichedelia intensa, passaggi di pop sognante e arioso e certo indie rock schizofrenico.
Ed è la schizofrenia che colpisce, insieme alla bizzarria negli arrangiamenti e nelle melodie: bizzarre e spiazzanti, assolutamente fuori dal normale, come dei Blonde Redhead sotto MDMA.
A volte ho avuto quasi il desiderio che il disco in questione fosse un tantino più normale, un attimo più comprensibile, più canonico, perchè l'ascolto è più simile ad un bombardamento. Si fa fatica a seguirli, ma bisogna fidarsi, perchè ci sanno fare, e pure parecchio. Bisogna lasciarli fare, e abbracciarli in tutta la loro imprevedibilità, perchè il disco scorre via che una meraviglia.
E non vi ho ancora detto qual è il punto forte. Si, perchè c'è dell'altro. In mezzo alla loro frenesia melodica ed epilettica ci sono dei momenti di stallo, in cui le luci si spengono all'improvviso e senza un motivo apparente. La macchina si blocca e si ferma, e sembrerà strano, ma quando meno ve lo aspettate arriva la malinconia grigia e pesante, come una tempesta inaspettata. Un senso del tragico che mi ha ricordato alcune cose di 'Ok computer'. Che suppongo non sia poco.
Le parole sono superflue. Date semplicemente un ascolto, se vi capita.
Il ministro della sanità olandese Ab Klink ha fatto sapere che oltre ai kit per la coltivazione dei funghi, anche le pietre filosofali resteranno in regolare vendita negli smart shops olandesi, poichè negli sclerozi di psilocybe tampanensis (tartufi) il quantitativo totale di psilocina rilevato è circa 0,3%, mentre negli altri funghi psilocibinici è compreso fra 0,5 e 0,9%. Tutto ciò fa comunque riflettere sul fatto che i proibizionisti NIENTE conoscono di ciò che vietano.
GENGHIS TRON - BOARD UP THE HOUSE [2008, Relapse]
Ultimamente trovo la cosiddetta 'musica pesante' un 'tantino' ripetitiva e poco propensa a sperimentare e mutare i suoi dogmi stilistici in nome di una 'coerenza' (se di coerenza si tratta.....) che non condivido (o almeno, non condivido più). E' triste constatare come nelle pagine delle riviste specializzate ci siano gli stessi nomi e le stesse facce che c'erano 10 anni fa. Ma molto probabilmente è solo un problema mio. E comunque è un problema dalla soluzione semplice: basta rivolgere le proprie attenzioni altrove. Così facendo è semplice rimanere impermeabili alle varie ondate: il post core, il metal core, le nuove correnti del metal moderno e via dicendo, che sembrano non fare altro che offrirci il medesimo prodotto ripetuto all'infinito.
Poi, a volte, ci sono le eccezioni. I bagliori improvvisi nel buio pesto.
Come i Genghis Tron, 3 ragazzotti americani che provano a dire la loro, e ci riescono effettivamente parecchio bene. I nostri non fanno altro che seguire quel percorso già tracciato da gruppi come Converge (con i quali hanno girato in tour gli stati uniti) e soprattutto The Dillinger Escape Plan, brutalizzando quindi l'hard core più violento e sincopato e il death grind dai tempi impazziti 'calcolati matematicamente' (mi passate il termine?), rendendolo meravigliosamente progressivo (nel senso musicale del termine) sia nelle variazioni di stile e sia negli arrangiamenti.
Ciò che gioca decisamente a loro favore e contribuisce notevolmente a non farli passare per 'uno dei tanti gruppi' del genere sono i massicci inserti di elettronica presenti nei brani (questo è reso possibile anche dal fatto che tutte le parti di batteria, compresi i vari beat e sampler elettronici, sono 'ricreati' al computer) che spezzano in maniera egregia l'assalto sonoro.
La malinconia fredda e meccanica si sposa alla grandissima con la furia omicida di chitarre e voci, bellissime le parti più melodiche che a tratti sembrano ricordare le atmosfere tipiche di certo black metal norvegese più educato e gentile, (ultimi Ulver, Solefald), come nel pezzo di apertura che da il titolo al disco.
Forse alla lunga 'l'effetto sorpresa' si affievolisce e qua e la affiorano momenti meno brillanti, ma, tutto sommato, visto anche quello che si sente in 'giro', è sicuramente un album più che degno
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