Martedì 7 Ottobre 2008

Inutili porzioni di cielo azzurro e secondi, minuti e ore troppo lente e inutili. Guidare una macchina qualsiasi per andare in un posto qualsiasi o da nessuna parte, non fa differenza, non c'è nessuna differenza, circondati da inutili porzioni di cielo azzurro, grandi come laghi. Fissarle un attimo, e cercarne un senso. Nessun senso, nessuna direzione, nessun motivo. Niente. Il nulla. Spingo il tasto, ed ecco la musica.

 

TEITUR - THE SINGER [Playground - 2008]

Nel suo myspace (http://www.myspace.com/teitur) spicca la foto di un ragazzetto dalla faccia pallida e dagli occhi azzurri. Provenienza, è facile aspettarselo, 'profondo' nord. Per la precisione: Isole Faroer. Dal profondo nord del mondo, il ragazzetto non si porta appresso solo i tratti fisici tipici, ma anche una certa malinconia di fondo, che è ben percepibile per tutta l'oretta scarsa del disco. Un album lento, a tratti romantico, in cui a essere protagonista è la voce, che gioca con melodie semplici in maniera spontanea e godibile. Ottimi gli arrangiamenti e le soluzioni proposte per ogni brano, partiture strumentali minimali e mai invadenti, trombe, archi, frammenti di elettronica; la tensione talvolta si allenta e sembra quasi di poter respirare un po', concedendosi ad un pop folk di facile ascolto, talvolta (è il caso del pezzo finale: "you should have seen us") diventa pesante e carica come una nuvola grigia e gonfia, ma è sempre la melodia, onnipresente, a riportare un minimo di colore anche nei momenti più bui. Uno degli episodi più sorprendenti è a mio avviso "Catherine the waitress", che si fa notare per un inizio assolutamente 'non in linea' con l'atmosfera generale del disco, un pezzo che potrebbe apparire 'fastidiosamente' felice e scanzonato (e quindi fuori posto) prima di precipitare, nella parte centrale, in quell'ironia dolce amara tanto cara ai Neutral Milk Hote. Un lavoro semplice, onesto, gradevolissimo.

 

Che poi uno prova pure a tirarsi su, a mettersi seduto e in equilibrio, nonostante cieli e stelle senza senso, movimenti scordinati, apocalissi incomprensibili, eclissi di sole, cuori a pezzi e domande senza risposta. Il piede sul pedale dell'acceleratore e gli occhi fissi su un punto immaginario, non pensare, o, almeno, cercare di pensare ad altro. Altri mondi, altri pianeti, sistemi immaginari, la metafisica aristotelica, la torta alla vaniglia. Pensare ad altro, restare in quilibrio, seduti comodi sopra uno spigolo qualsiasi , facendofinta di essere sedutisopra un comodo divano in pelle di sciacallo. Perchè, d'altronde, fuori c'è il sole che splende e riscalda, e nessuna nuvola. Come puoi ignorare l'evidenza?

 

THE BRIAN JONESTOWN MASSACRE - MY BLOODY UNDERGROUND [A - 2008]

Sarebbe potuto essere un album caldo e psichedelico, semplicemente caldo e psichedelico. Chitarre acide e sbilenche come un mantra recitato all'infinito da un ubriaco, una voce stanca che si trascina tra melodie confuse, un bellissimo lamento, un viaggio senza fine pregno di rumorismo(è il caso di "who cares why") che nella sua ostinazione risulta aggressivo e violento, ma sempre con classe e, non è assolutamente una contraddizione, con delicatezza. Assalti lisergici che si alternano con tenere ballate dal cuore buono, figlie dell'indie rock più ispirato di scuola americana. Quello che caratterizza i T.B.J.M a questo giro è senza dubbio la dose massiccia di psichedelia a bassa fedeltà che inzuppa ogni singola composizione (l'intimità allucinata di "ljosmyndir" è l'esempio più lampante). Sarebbe potuto finire tutto semplicemente qui, come scritto all'inizio, se non fosse per la splendida "we are the niggers of the world", 5 minuti di pianoforte che è inutile descrivere a parole e che riesce da sola a stravolgere tutto il senso dell'album con la sua straripante tragicità. Una perla in mezzo alla lava incandescente.