GENGHIS TRON - BOARD UP THE HOUSE [2008, Relapse]
Ultimamente trovo la cosiddetta 'musica pesante' un 'tantino' ripetitiva e poco propensa a sperimentare e mutare i suoi dogmi stilistici in nome di una 'coerenza' (se di coerenza si tratta.....) che non condivido (o almeno, non condivido più). E' triste constatare come nelle pagine delle riviste specializzate ci siano gli stessi nomi e le stesse facce che c'erano 10 anni fa. Ma molto probabilmente è solo un problema mio. E comunque è un problema dalla soluzione semplice: basta rivolgere le proprie attenzioni altrove. Così facendo è semplice rimanere impermeabili alle varie ondate: il post core, il metal core, le nuove correnti del metal moderno e via dicendo, che sembrano non fare altro che offrirci il medesimo prodotto ripetuto all'infinito.
Poi, a volte, ci sono le eccezioni. I bagliori improvvisi nel buio pesto.
Come i Genghis Tron, 3 ragazzotti americani che provano a dire la loro, e ci riescono effettivamente parecchio bene. I nostri non fanno altro che seguire quel percorso già tracciato da gruppi come Converge (con i quali hanno girato in tour gli stati uniti) e soprattutto The Dillinger Escape Plan, brutalizzando quindi l'hard core più violento e sincopato e il death grind dai tempi impazziti 'calcolati matematicamente' (mi passate il termine?), rendendolo meravigliosamente progressivo (nel senso musicale del termine) sia nelle variazioni di stile e sia negli arrangiamenti.
Ciò che gioca decisamente a loro favore e contribuisce notevolmente a non farli passare per 'uno dei tanti gruppi' del genere sono i massicci inserti di elettronica presenti nei brani (questo è reso possibile anche dal fatto che tutte le parti di batteria, compresi i vari beat e sampler elettronici, sono 'ricreati' al computer) che spezzano in maniera egregia l'assalto sonoro.
La malinconia fredda e meccanica si sposa alla grandissima con la furia omicida di chitarre e voci, bellissime le parti più melodiche che a tratti sembrano ricordare le atmosfere tipiche di certo black metal norvegese più educato e gentile, (ultimi Ulver, Solefald), come nel pezzo di apertura che da il titolo al disco.
Forse alla lunga 'l'effetto sorpresa' si affievolisce e qua e la affiorano momenti meno brillanti, ma, tutto sommato, visto anche quello che si sente in 'giro', è sicuramente un album più che degno
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